Pochi giovani assunti in modo stabile e troppe pensioni da pagare. I programmi di Meloni, Letta e Calenda

  • Autore dell'articolo:
  • Categoria dell'articolo:Politica
  • Tempo di lettura:7 minuti di lettura

Il dopo voto si presenta impegnativo per qualsiasi Governo emergerà dal voto. Il Centrodestra con la guida di Giorgia Meloni stando ai sondaggi è in testa (ma la partita è aperta perché saranno i veri consensi a decidere). I problemi impongono cautela a tutti gli schieramenti. Non c’è solo il tema del costo dell’energia e i miliardi di aiuti a imprese e famiglie per arginare bollette e inflazione. Sul tavolo tra rinvii, esitazioni e misure semplicistiche che puntano più sui bonus che sulla ripresa produttiva, ci sono due dossier complessi come lavoro, inteso come occupazione stabile e ben remunerata, e la previdenza con flessibilità di uscita e assegni più pesanti. Due temi centrali per lo sviluppo e la tenuta economica del Paese che finora sono rimasti da sfondo alla campagna elettorale.

Il sistema Italia affonda

Lavoro e pensioni meritano a nostro giudizio di ritornare urgentemente al centro del dibattito e delle future scelte. Per gli errori commessi, ad esempio, sul lavoro oggi assistiamo impotenti ad una crisi profonda nel sistema di domanda e offerta. I quotidiani economici da tempo segnalano la sciagurata incongruenza. Una situazione che sta creando le premesse per una crisi strutturale dell’economia nazionale.

Lavoro due casi emblematici

Secondo il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal. Per settembre sono già pronti 524mila contratti di lavoro, dei quali 166mila destinati a giovani sotto i 29. Eppure le aziende lamentano difficoltà in 277mila assunzioni: quasi la metà di quelle generali (43,3%) e circa un terzo di quelle dei giovani (31,7%). Nel 27,8% dei casi non si trovano i candidati, mentre nell’11,9% a mancare è una “preparazione adeguata”. Perché una parte considerevole di giovani nemmeno prova a buttarsi nella mischia? E, ancora, perché i ragazzi non vogliono formarsi per avere una preparazione certa per le mansioni da svolgere?

Le risposte sono diverse, si va dalla crisi del valore del lavoro quindi di sacrificio a quella degli stipendi bassi che scoraggiano l’impegno contando magari sul sicuro e comoda entrata del Reddito di cittadinanza. Dalle cronache sul lavoro emergono anche altre realtà, che riguardano mondi professionali forti come nel caso della sanità. In un servizio de La Stampa si racconta come molti medici che rinunciano a lavorare nelle corsie ospedaliere preferiscano il “gettone” a chiamata per le visite a domicilio. C’è un vero boom. La società dei medici dì emergenza e urgenza, Simeu segnala che che una tariffa indicativa da “90 euro l’ora per un camice bianco”, ma in questi giorni nel Veneto si è arrivati ad offrirne 120 euro l’ora. Fenomeni isolati? Non proprio dal momento che secondo il Simeu a lavorare in chiamata sono almeno in 15 mila per un totale di 18 milioni di prestazioni. Considerando che i dottori dipendenti sono 112 mila più di uno di 10 è in affitto. Osserva ancora il quotidiano “non è il massimo per la sicurezza dei pazienti”, così come evidenzia la Società dei medici dì emergenza e urgenza, “perché in larga parte si tratta di giovani non specializzati”.

Lavoro, proposte in campo

Dal bollettino Anpal alla medicina a domicilio sono fatti reali. Il nuovo Governo con le Parti sociali dovrà trovare una via d’uscita e anche presto. Per due motivi. Ridare al lavoro il suo valore sociale fondante per creare benessere, crescita personale sociale ed economica. Perché senza questo “fondamento” non ci sarà nemmeno la copertura finanziaria per mettere a punto una riforma previdenziale che sia soddisfacente dopo misure e rattoppi di Quote e Opzioni che oggi sono arrivate al capolinea. Sull’occupazione i partiti sembrano realistici al punto che le proposte quasi si sovrappongono. Come nel caso di quelle lanciate dalla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni a quelle proposte dal segretario Pd, Enrico Letta, fino al Piano indicato dal terzo polo di Calenda-Renzi.

Meloni: giovani, via le tasse

“Spazio all’occupazione e ai giovani”, questo l’obiettivo annunciati da Giorgia Meloni. Fdi, infatti, vuole ridurre prima di tutto le tasse sul lavoro attraverso il taglio strutturale del cuneo fiscale e contributivo. Nel programma si auspica un maggiore utilizzo dei fondi europei per il sostegno all’occupazione dei soggetti più deboli. Il piano messo a punto da Giorgia Meloni prevede la progressiva introduzione di un meccanismo fiscale premiale per le aziende ad alta intensità di lavoro, sulla base del principio “più assumi meno tasse paghi”. Già nell’immediato F.d.I. vuole introdurre una super deduzione del costo del lavoro per le imprese che incrementano l’occupazione rispetto agli anni precedenti. Poi si vogliono ampliare le possibilità di utilizzo dei voucher lavoro, “soprattutto in ambito agricolo, turistico e del lavoro domestico, rafforzando tutti i meccanismi di contrasto a distorsioni e abusi”. Per promuovere la formazione e l’inserimento dei giovani l’idea di Fratelli d’Italia è quella di rilanciare, con adeguate tutele, gli strumenti del contratto di apprendistato e dei tirocini, promuovendo in particolare la formazione nell’ambito delle discipline Stem (discipline di ambito scientifico-tecnologico)
“per favorire l’ingresso nel mondo del lavoro e colmare l’attuale carenza di figure qualificate in tali materie”.

Letta: più contratti stabili

Con accenti diversi ma con proposte che mirano alle tutele anche il segretario nazionale del Partito Democratico Enrico Letta, che parla di:
diritti, lavoro e sostegno a giovani, famiglie e imprese.
“Dobbiamo incentivare i contratti a tempo indeterminato e sviluppare forme di contratto di primo impiego con l’obiettivo di far sì che il primo lavoro non sia più uno stage gratuito”, chiede Letta, “nel nostro Paese si muore di precariato e di stage gratuiti”.
“In Italia, in media, si esce di casa a 30 anni non per colpa dei giovani ma perché risulta impossibile andare fuori di casa, pagare un affitto o un muto e qui dobbiamo intervenire perché è diventata una situazione insostenibile”. Per il segretario Pd c’è la “necessità di rendere protagonisti i ventenni e i trentenni della ripartenza del nostro sistema, perché un Paese che campa sui risparmi di sessantenni e settantenni non ha futuro”.

Calenda-Renzi: stop precariato

In materia di lavoro il primo punto affrontato dal Terzo polo di Calenda-Renzi parte dalla lotta alla precarietà.
I due leader propongono di “combattere la precarietà promuovendo la flessibilità regolare” e di “supportare le imprese che investono in riqualificazione della forza lavoro non solo dipendente”. Il reddito di cittadinanza, misura molto osteggiata da parte del Terzo polo, non viene eliminato ma riformato sospendendo l’erogazione del beneficio dopo il primo rifiuto di una proposta di lavoro congrua. Sul fronte degli ammortizzatori sociali i centristi pensano a potenziare la cassa integrazione per i professionisti e le politiche attive per gli autonomi. Un capitolo riguarda la Crescita del Mezzogiorno per cui: “Bisogna garantire il tempo pieno che al sud è quasi un miraggio”.

Sfida elettorale senza demoni

Abbiamo voluto sottolineare questi programmi di Fratelli d’Italia, Partito democratico, e Terzo Polo, su lavoro e sviluppo perché a dimostrazione che i problemi sono tali al di là degli schieramenti, c’è solo necessità di agire con le riforme. Inutile quindi demonizzare gli avversari come per lo più accade con la leader di F.d.I. perché più che di demoni e polemiche campate in aria, c’è solo necessità di riforme concrete. Di scelte chiare, coraggiose e utili al Paese.