La crisi regionale si estende alle infrastrutture energetiche e alle rotte marittime. Teheran cerca una sponda regionale, mentre cresce il rischio di un allargamento del conflitto tra Iran, Israele e alleati arabi di Washington.
La guerra regionale mette sotto pressione gli equilibri del Golfo e del Mar Rosso. «L’America non ha portato sicurezza in alcun Paese della regione, e l’incapacità di Washington di fornire garanzie di sicurezza è diventata evidente», ha dichiarato Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano, in un messaggio su X.
La dichiarazione si inserisce nella strategia di Teheran volta a contestare la capacità statunitense di proteggere i propri alleati e a promuovere una maggiore cooperazione tra le potenze regionali. Sul terreno, intanto, gli attacchi rivendicati dagli Houthi yemeniti aumentano la pressione sull’Arabia Saudita.
Teheran punta sulla cooperazione regionale
Il 26 ottobre, al termine dell’incontro quadrilaterale a Teheran con rappresentanti di Turchia, Pakistan e Arabia Saudita, Rezaei ha indicato nella cooperazione regionale una possibile risposta alle crisi in corso. Secondo il dirigente iraniano, la partecipazione delle delegazioni dimostrerebbe che le pressioni statunitensi non determinano necessariamente le scelte dei Paesi coinvolti.
L’iniziativa è significativa per la presenza saudita. Riad mantiene una stretta cooperazione militare con Washington, ma ha anche interesse a contenere il rischio di un conflitto prolungato e a proteggere le proprie infrastrutture. Il dialogo con Teheran non implica una rottura con gli Stati Uniti: indica piuttosto la ricerca di margini diplomatici aggiuntivi.
Per l’Iran, l’obiettivo è ridurre l’isolamento e contestare il ruolo americano nella sicurezza regionale. Per l’Arabia Saudita, la priorità resta evitare che la competizione tra potenze comprometta la stabilità interna e le esportazioni energetiche. Gli interessi possono convergere sul contenimento dell’escalation, senza eliminare le profonde divergenze strategiche.
Gli Houthi minacciano l’Egitto
Il fronte yemenita registra un ulteriore elemento di tensione dopo la decisione del Parlamento egiziano di autorizzare il sostegno militare all’Arabia Saudita, in funzione difensiva contro gli attacchi degli Houthi.
Mohammed Ali al-Houthi, membro dell’ufficio politico del movimento, ha definito la decisione una dichiarazione di guerra. «L’Egitto e il suo Parlamento hanno dichiarato il proprio sostegno a quella che viene definita la difesa del Regno dell’Arabia Saudita. Così facendo, dichiarano guerra alla Repubblica dello Yemen», ha scritto su Telegram.
La presa di posizione segnala il tentativo degli Houthi di elevare il costo politico di un eventuale coinvolgimento egiziano. Per Il Cairo, il sostegno a Riad si colloca nella difesa di un partner arabo e nella tutela della sicurezza regionale, con particolare attenzione alle rotte marittime del Mar Rosso. Per il movimento yemenita, invece, l’intervento di nuovi attori rischia di trasformare il conflitto nello Yemen in uno scontro più ampio.
La dimensione marittima è centrale. Bab el-Mandeb, all’imbocco meridionale del Mar Rosso, rappresenta uno snodo essenziale per il traffico commerciale internazionale e per i collegamenti tra Mediterraneo e Oceano Indiano. Un’escalation in quest’area potrebbe accrescere i costi assicurativi, rallentare i transiti e aggravare le vulnerabilità delle catene di approvvigionamento.
Missili e infrastrutture energetiche
Gli Houthi hanno inoltre annunciato di aver colpito con un missile balistico la raffineria di Ras Tanura, nell’est dell’Arabia Saudita. La rivendicazione non equivale a una conferma indipendente dell’impatto.
Nelle stesse ore, a Riad sono state udite almeno quattro esplosioni. Le autorità hanno inviato avvisi alla popolazione segnalando una minaccia aerea e invitando i residenti a mettersi al riparo.
Il portavoce militare degli Houthi, Yahya Saree, ha anche dichiarato che il movimento avrebbe respinto un’avanzata di forze affiliate alla coalizione saudita verso Bab el-Mandeb, rivendicando l’impiego di missili balistici e armi pesanti. Ha inoltre annunciato attacchi contro due aerei da trasporto militari, uno all’aeroporto di Najran e l’altro presso la base aerea King Khalid, a Khamis Mushait. Le dichiarazioni del movimento non risultano, sulla base delle informazioni disponibili, verificate in modo indipendente.
La pressione sulle infrastrutture energetiche saudite assume un significato che supera il conflitto yemenita. Gli attacchi possono incidere sulla percezione del rischio di un’interruzione delle forniture e mettere in discussione l’efficacia dei sistemi di difesa dei Paesi del Golfo.
Israele e il rischio di nuovi raid
Un altro elemento d’incertezza riguarda Israele. Secondo Haaretz, all’interno del Mossad sarebbero emerse divergenze tra il direttore Roman Gofman e alcuni alti funzionari sulle prospettive di nuove operazioni contro l’Iran. Il confronto coinvolgerebbe anche la posizione del premier Benjamin Netanyahu e le riserve attribuite al capo di Stato maggiore Eyal Zamir.
Secondo le fonti citate dal quotidiano, alcuni funzionari avrebbero espresso timori che la tempistica di eventuali nuovi attacchi fosse condizionata dalle imminenti elezioni israeliane. Il Mossad non ha commentato nel merito la ricostruzione, affermando che il confronto tra posizioni differenti costituisce una componente normale del dibattito interno.
Il rischio è che una nuova offensiva contro Teheran inneschi una risposta capace di coinvolgere altri Paesi e di ampliare ulteriormente il fronte. La minaccia agli impianti energetici sauditi, la tensione sul Mar Rosso e l’avvertimento degli Houthi all’Egitto mostrano come la crisi non sia più circoscritta al confronto diretto tra Iran, Israele e Stati Uniti.
La posta in gioco riguarda la sicurezza delle infrastrutture, la libertà di navigazione e la capacità delle potenze regionali di evitare un conflitto generalizzato. È su questo terreno che si misurerà anche la credibilità delle garanzie americane contestate da Teheran.



