I pensionati sorpassano i lavoratori. Più occupazione o il Paese non regge

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L’abbiamo definito “Allarme rosso”, il fatto che il numero dei pensionati e degli assegni erogati agli italiani, pari a 22 milioni e 759 mila assegni, ha superato la platea dei lavoratori autonomi e dai dipendenti occupati nelle fabbriche, negli uffici e nei negozi, in tutto 22 milioni 554 mila addetti. Anche se di sole 205 mila unità, il sorpasso è una svolta di cui poco o nulla si è parlato. Eppure segna un vero punto critico che impone riflessioni e rimedi urgenti. Le cause per cui un lavoratore debba avere sulle sue spalle l’intero funzionamento della Nazione non è normale, per un Paese che si annovera come potenza economica del G7, che ha una storia industriale di primo piano, che primeggia nell’export, che ha settori come l’agroalimentare che produce eccellenze, che valgono oltre 522 miliardi di euro, classificandoci primi in Europa.

Culle e lavoro, Italia in crisi

Insomma come è possibile di fronte a questi numeri che abbiamo più pensionati che lavoratori? E, soprattutto, per quanto tempo ancora il Paese potrà reggere il peso di una tale contraddizione? Sono domande a cui economisti, Associazioni di categoria, Centri studi cercano di dare risposte. Noi ci aspettiamo che la politica in primo luogo possa entrare nel merito del problema trovando soluzioni. I segnali di ciò che deve e può essere fatto ci sono, ad iniziare dalle tante concause della crisi del lavoro. Tra queste la forte denatalità che, da almeno 30 anni, caratterizza il nostro Paese. Se solo diamo uno sguardo alla forza lavoro dei giovani ci accorgeremmo che tra il 2014 e il 2022 la popolazione italiana nella fascia di età più produttiva (25-44 anni) è diminuita di oltre un milione e 360 mila unità. Inoltre se calcoliamo che in Europa lavora in media il 52-53% della popolazione residente, in Italia meno del 38%, la nostra “povertà” è inscritta in queste cifre.

Da Marcegaglia alla Cgil, tutti d’accordo

Che sia una emergenza quella del lavoro e della previdenza lo si deduce da come i ragionamenti si sovrappongano. Ho letto con attenzione – condividendo appieno – la ricetta per uscire dall’angolo indicata dalla ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, imprenditrice a capo di una holding leader nella produzione di acciaio. “Se non vogliamo il lavoro povero in Italia, bisogna subito mettersi intorno a un tavolo, governo e parti sociali, come nel 1993 con Ciampi. E tornare a parlare di riforme: lavoro, salari, produttività, cuneo fiscale, formazione, politiche attive”, sostiene Emma Marcegaglia. Stesso discorso fatto – anche questo pienamente condivisibile – dalla vicesegretaria generale della Cgil, Gianna Fracassi, che sottolinea. “Occorre aumentare i salari e, in generale, i redditi da lavoro, lordi e netti”. “Per invertire la rotta”, sottolinea l’esponente sindacale, “occorre poi stabilizzare l’economia ripartendo dalla domanda pubblica e da un maggior peso economico dello Stato attraverso quindi la promozione dell’occupazione, di un fisco equo e progressivo nuovo welfare e di nuovi diritti, soprattutto per i giovani e per le donne, che restano i soggetti più esposti”. Proposte che arrivano da due donne con storie, ruoli diversi e contrapposti ma che oggi coincidono sul cosa fare. Un buon segnale per il Paese.

La politica favorisca l’impegno costruttivo

Il Governo e in particolare quei partiti centristi e moderati più sensibili al tema sociale ed economico, dovranno iniziare il confronto con sindacati e Associazioni di categoria. Ci saranno due incontri, il
12 gennaio quando il ministro del lavoro Marina Calderone con le parti sociali apriranno un dialogo che ci auspichiamo costruttivo. Si parlerà di lavoro, con l’obiettivo, sul quale noi insistiamo da tempo, di dare occupazione stabile, ben remunerata, sostegni e incentivi ai giovani e alle imprese fatte da giovani. Togliere la burocrazia inutile, favorire in tutti i modi una riforma fiscale che premi le imprese che assumono.

Un contratto che sia non un peso ma che dia la possibilità di assumere e valorizzare il lavoratore che dovrà avere tutele sociali e, con esse, una condizione salariale ottimale. Il 19 gennaio poi toccherà alla previdenza con un primo reale confronto a Palazzo Chigi tra Governo e sindacati. Due appuntamenti importanti. Tra pochi giorni quindi sapremo quale strada sarà imboccata. Quali reali obiettivi si vorranno centrare. Noi seguiremo entrambi gli appuntamenti con attenzione. Confidiamo che il nuovo Governo sappia cogliere la voglia che c’è in Italia di stabilità, di impegno a partecipare alla crescita del Paese, creando condizioni vantaggiose per imprese e lavoratori, piuttosto che favorire un mero assistenzialismo e politiche di disimpegno sociale.