Meloni: “Lo Stato c’è, combatte e vince”

“Si, sono Matteo Messina Denaro”. Dopo un flebile tentativo di fuga, finisce così nella clinica Maddalena di Palermo la trentennale latitanza del boss mafioso più ricercato d’Italia. Il premier Giorgia Meloni, accorsa alla Procura di Palermo per incontrare il procuratore Maurizio De Lucia, il procuratore aggiunto Paolo Guido e i vertici del Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, comandati dal generale Pasquale Angelosanto, ha ringraziato tutte le Forze dell’ordine che hanno contribuito a questo successo storico. “L’Italia è fiera di voi. Ci avete regalato una grande giornata. Siamo convinti che queste giornate vadano celebrate. Lo Stato c’è, combatte, vince”, ha detto il premier, che proporrà il 16 gennaio come giorno di festa nazionale.

Un ennesimo duro colpo inferto alla cupola di Cosa Nostra, ma non certo la fine della guerra. Quello di ieri “è un successo dello Stato, ma lo Stato deve essere consapevole, che la lotta è ancora lunga e non finisce qui”, ha, infatti, commentato il procuratore, Maurizio De Lucia, che ha coordinato le indagini della cattura. L’arresto di Messina Denaro “significa – ha aggiunto – che lo Stato salda il suo debito verso le vittime della mafia del trentennio scorso, catturando l’ultimo dei grandi latitanti. Ma l’attenzione non può essere abbassata”. Certo è che con la cattura del boss della provincia di Trapani si chiude un cerchio, quello degli stragisti degli anni ’92-’93.

E sono proprio le associazioni rappresentanti le vittime di mafia le prime ad esultare: “Insieme a noi – ha dichiarato Luigi Cuomo, presidente dell’associazione nazionale Sos impresa rete per la legalità – plaudono le tante vittime innocenti di questo sanguinario criminale avvolto da anni in una coltre di mistero e di invincibilità che oggi è stata abbattuta e vinta”.

Un blitz scattato nelle prime ore della mattina dopo anni di impegno soprattutto da parte dei Carabinieri e grazie alle intercettazioni, ma che fino al momento dell’arresto non sembrava avere certezze. Solo quando il latitante si è presentato sotto falso nome alla clinica per un ciclo di chemioterapia per un tumore all’intestino e i Ros sono stati in grado di riconoscerlo e lui si è qualificato sono stati sicuri di aver messo la parola fine alla sua caccia. Un risultato ottenuto anche grazie all’indebolimento dell’organizzazione mafiosa, una organizzazione che – hanno dichiarato in conferenza stampa i protagonisti dell’arresto – oggi ha una forza minore, fosse anche per l’impoverimento derivato dai beni confiscati alla mafia, che ha reso più vulnerabile la rete di protezione. Purtroppo la leadership della mafia può contare su altri capi, ma per il ruolo di garanzia nel trattare gli affari e i collegamenti con altre organizzazioni criminali ricoperto da Denaro Messina, al governo di Cosa Nostra è stata sottratta una pedina importante. A proteggerlo fino oggi una “borghesia mafiosa” come l’hanno definita gli inquirenti, che gli ha garantito non solo la latitanza, ma un certo benessere.

Al polso, infatti, al momento dell’arresto anche un orologio da 35.000 euro. Il suo patrimonio sembrerebbe ammontare a 13 miliardi, di cui confiscati solo 1.300. In ogni caso, dei suoi crimini “ora dovrà rispondere davanti alla giustizia umana, oltre che a quella divina”, ha commentato con soddisfazione l’avvocato palermitano Monica Genovese, difensore del pentito Santino Di Matteo, padre del piccolo Giuseppe, strangolato e sciolto nell’acido l’11 gennaio 1996 dopo essere stato tenuto prigioniero per due anni.