Meloni: “l’Italia va rivoltata come un pedalino”

  • Autore dell'articolo:
  • Categoria dell'articolo:Politica
  • Tempo di lettura:5 minuti di lettura

Tra  il diluvio di dichiarazioni dei politici In questa difficile e combattuta campagna elettorale ce ne sono alcune che meritano di essere sottolineate e approfondite. Nel Centrodestra, è il caso della leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. Ha sintetizzato due concetti che spiegano le difficoltà del Paese.
La situazione è drammatica per famiglie e imprese, e la Meloni aggiunge: “tremano i polsi all’idea di governare”. Così come in un comizio a Perugia annuncia un obiettivo per l’Italia, “Questa nazione va rivoltata come un pedalino”. Dichiarazioni forti che vanno oltre  i soliti scontati appelli elettorali. Co un occhio a Palazzo Chigi, Meloni afferma: “Non è un momento facile, ma con coraggio e buona volontà possiamo tirare fuori il Paese da questa situazione. Il declino non è un destino, ma una scelta”.

Rivoltare l’Italia, fermare il declino

Quel “Rivoltare come un pedalino”, noi lo intendiamo come il mettere in atto le riforme che devono ridare una bussola al Paese. Gli esempi di cosa cambiare non mancano. In questi anni e con la pandemia, ad esempio, si è discusso molto sul ruolo delle Regioni. I loro ritardi, le leadership locali spesso in contrasto con premier e Ministeri. Aver consegnato la gestione e le decisioni di sanità, lavoro ed energia agli Enti locali, questioni che hanno forte impatto sul Paese, ha provocato finora, per mille ragioni, un fai da te che invece di snellire e attutare decisioni, hanno provocato ritardi e inciampi.
Il blocco delle esplorazioni e produzioni di gas, le proteste e rivolte per la posa dei tubi di gasdotti, le ripicche sui vaccini, sulla scuola, sulla sanità, sui trasporti. Oggi con preoccupante puntualità Enti locali e Regioni sono in ritardo sul Piano nazionale di Ripresa, su missioni e progetti, fino ad un tema che si ritiene centrale per la vita del Paese, le politiche attive del lavoro. Le imprese chiedono lavoratori ma in pochi rispondono. Al contrario, inoltre, i giovani non hanno occasioni di impiego. Per venirne a capo c’è un ambizioso progetto rimasto però al palo.

Il flop dei 3 milioni di assunzioni

Era prevista nella primavera scorsa la partenza sprint del Piano Gol (Garanzia di occupabilità dei lavoratori), i progetti erano sulla rampa di lancio già a fine 2021, il maxi piano di rilancio delle politiche attive previsto dal Piano nazionale di Ripresa. Un impegno finanziario unico per l’ampiezza dei fondi, oltre 4,4 miliardi di euro. A tali fondi vanno sommati 600 milioni di euro per il rafforzamento dei Centri per l’impiego (di cui 400 già in essere e 200 aggiuntivi) e 600 milioni di euro per il rafforzamento del sistema duale. Più 500 milioni di euro di fondi React-Ue. Cifre mai viste in Italia per i servizi e per il lavoro. La valanga di denaro deve servire a dare occasioni di impiego e lavoro a 3 milioni di persone, in particolare donne e giovani. Da mesi è tutto pronto per l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, Anpal. Ma da mesi le Regioni non riescono ad organizzare gli uffici.

Regioni in totale ritardo

Dopo i primi adempimenti operativi messi a punto in primavera da Anpal, ci si aspettava quindi una partenza sprint. Invece a fine agosto, più della metà delle Regioni è ancora alle prese con i bandi per selezionare gli operatori che poi dovranno partecipare a un altro bando. Il flop quindi è servito. Il paradosso è che i soldi ci sono, l’Europa ha dato i fondi, il Governo ha messo in campo progetti e snellito norme, ma di fatto non si è creato un posto di lavoro. Le imprese anche in autunno non avranno lavoratori a sufficienza e per i giovani che credono nell’impegno e in una formazione innovativa rimarranno a fare progetti nelle proprie camerette.

Bonus, sprechi e propaganda

Invece del lavoro però si continua a parlare ed esaltare i bonus. La campagna elettorale è ridiventata il trampolino di lancio, per alcuni leader di riproporre soluzioni demagogie e sprechi che pagheranno altri, ossia chi lavora. Invece di creare ricchezza e sviluppo, si fa a gara a incentivare chi rigetta un occupazione e la formazione. In Italia sono attivi una quarantina di “bonus” che sono costati allo Stato negli ultimi tre anni 112,7 miliardi di euro. La stima è dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, la quale precisa che si tratta di bonus introdotti in buona parte dagli ultimi due esecutivi per fronteggiare gli effetti economici negativi provocati dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina e alcuni comparti produttivi. La stessa società di Mestre, ammette che sono troppi, e soprattutto, non arrivano nemmeno ai poveri. Fondi che si perdono in troppi rivoli. Aspetto ancora più allarmante le notizie di cronaca su denunce e arresti, di finti poveri e truffatori seriali. Altrettanto dispendiosi sono i bonus edilizi, che secondo l’Agenzia delle Entrate, da inizio 2020 e fine 2021 sono costati poco meno di 25 miliardi. Come è noto altri miliardi sono stati stanziati per il 2022. Se andrà bene, questo dicono i risultati, sarà stato sistemato dell’intero patrimonio edilizio nazionale, solo l’1% delle facciate dei palazzi.

Governare, serve responsabilità

Capiamo bene quindi quei leader politici che oltre alla Meloni vogliono cambiare le cose, fermare il declino e governare seriamente. È davvero un obiettivo da far “tremare i polsi”.
La campagna elettorale sarà rapida. Il nuovo Governo vedrà la luce ad inizio di autunno. Subito dopo dovrà esserci una stagione di riforme, attendono previdenza, lavoro, fisco. Questioni sovrastate dai grandi temi di guerra, energia, inflazione. Toccherà assumersi le responsabilità, meglio dirlo da oggi che sarà un impegno difficile come ripete nei suo tour elettorale Giorgia Meloni: “Assumersi la responsabilità di una scelta d’amore per questo Paese attraversato dalla rabbia”.